Solo tornando indipendenti si può ripartire

Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2013

Pare che Beppe Grillo abbia sostenuto che lo Stato italiano è sull’orlo della bancarotta. Questa verrebbe raggiunta fra sei mesi o un anno, quando la spesa per interessi, arrivando a 100 miliardi di euro, ci costringerebbe a non pagare più le pensioni. A quel punto, in assenza di una rinegoziazione del debito, l’Italia “vorrebbe uscire dall’euro”. La musica, insomma, sarebbe la solita: “i costi della casta corrotta hanno fatto lievitare il debito pubblico cattivo, costringendoci a lasciare l’euro” (che quindi, par di capire, sarebbe cosa buona). Vediamo insieme il senso e il non senso della Grillonomics.

L’idea che la crisi sia stata causata dal debito pubblico è fasulla e sinistramente in linea con l’approccio del precedente governo, che usava questa idea per giustificare le proprie terapie di austerità. La Commissione Europea però ci dice che il debito pubblico in Italia è sempre stato sostenibile, sia a breve che a lungo termine, e quindi che le pensioni non sono a rischio (Rapporto sulla sostenibilità fiscale, settembre 2012).

Prima della crisi in tutti i paesi, incluso il nostro, il debito pubblico stava diminuendo in rapporto al Pil, ma aumentava quello dei privati. L’austerità montiano-grillina equivale quindi allo zelo del chirurgo che amputa la gamba sana, trascurando la cancrena dei mercati finanziari privati (in Italia ben rappresentata da Mps). Nella follia montiana c’era un ben preciso metodo: quello di raggranellare 40 miliardi di euro, da dare a spagnoli e greci perché li restituissero ai loro creditori tedeschi. Il “salvataggio” di Monti ha salvato la Germania, affossando via Imu i risparmiatori italiani. Se Grillo parte dalla stessa diagnosi, c’è da temere che arrivi alla stessa terapia.

Si aggiunge a questo “montismo” post-litteram l’abitudine tutta brussellese di dare numeri a casaccio: non c’è nulla che indichi in 100 miliardi di interessi l’orlo del baratro finanziario. Secondo gli ultimi scenari del Fmi, lo Stato italiano arriverà in effetti a pagare questa cifra, ma nel 2017, cioè fra 57 (non sei) mesi. Dettaglio: a quella data 100 miliardi corrisponderanno a meno del 6% del Pil, un carico sostenibile, pari a quanto lo Stato pagava nel 2000. Insomma: pare Grillo abbia rapidamente appreso l’arte di terrorizzare gli elettori con cifre “simboliche” ma prive di significato economico.

La Grillonomics offre anche intuizioni corrette. La più importante, condivisa da molti studi, è che uno sganciamento dell’Italia dalla moneta unica avrebbe l’effetto collaterale di alleviare l’onere del debito. Il motivo lo ha ricordato recentemente Bank of America: “i paesi periferici fronteggiano tassi elevati perché l’assenza di politica monetaria indipendente rafforza la percezione del rischio di default”. Insomma, un governo italiano che tornasse “liquido” nella propria valuta nazionale farebbe molto meno paura ai mercati. Del resto, qualcosa di simile accadde nel 1992, quando lo sganciamento dal cambio fisso determinò una rapida discesa degli interessi sul debito. Il nesso svalutazione-inflazione-alti tassi, col quale si sciacquano la bocca gli esperti di regime, non ha riscontro nelle esperienze europee passate e recenti. I dati raccontano altro.

Pare di capire che la politica del Movimento verrà decisa democraticamente, utilizzando la “piattaforma”, uno spazio web dove “ognuno veramente conterà uno”, come ha ribadito con forza lo stesso Grillo, ridimensionando le dichiarazioni di alcuni economisti che si proponevano di “dettare la linea” in materia economica. Possiamo solo sperare, per il bene del paese, che gli “uno” che la pensano come Grillo sulle cause della crisi siano in minoranza all’interno del Movimento. L’Italia ha bisogno soprattutto di buon senso: austerità, dilettantismo e demagogia hanno già fatto abbastanza danni.

Alberto Bagnai