“Euro e fiscal compact hanno rovinato gli italiani”

Impaginato Quotidiano, 7 febbraio 2018

Le sue tesi sull’euro e sul fiscal compact hanno sollevato dibattiti, non solo tra accademici, ma sui maggiori media italiani ed internazionali e, quindi, anche tra la gente comune che in quegli algoritmi si perdeva. Eravamo agli albori della crisi greca quando, in molti sostenevano, che la Grecia fosse affondata solo per proprie responsabilità.

Ma il prof. Alberto Bagnai, docente alla D’Annunzio di Pescara e candidato della Lega in Abruzzo, ha sempre tracciato una linea rossa su quel versante: attenzione, è stato il suo mantra pià ricorrente in talk show e sul suo blog sul Fatto Quotidiano, è l’Euro che sommato al fiscal compact ha rovinato gli italiani.

Domanda. Perché è l’euro la zavorra alla crescita dell’Italia?

Risposta. L’euro è la valuta comune di un insieme di paesi molto diversi. Il suo valore di mercato quindi tende a essere intermedio fra quello che avrebbe nei paesi forti, come laGermania, e quello che avrebbe nei paesi deboli, come la Grecia. Gli studi scientifici concordano sul fatto che l’euro per l’Italia è stato a lungo troppo forte. Una valuta troppo forte rende costosi i prodotti nazionali sui mercati esteri, e per questa strada deprime la produttività. Gli imprenditori infatti sono stimolati a investire se sanno di avere un mercato di sbocco. La risposta dei governi “tecnici” o politici a trazione PD è stata deleteria: per rendere convenienti i prodotti italiani hanno cercato di abbattere i salari con riforme quali il jobs actche rendono i lavoratori più ricattabili, costringendoli ad accettare salari più bassi. Ma salari troppo bassi generano altre inefficienze: gli imprenditori, infatti, preferiscono usare più lavoratori a buon mercato che orientarsi verso macchinari più sofisticati.

Anche questo deprime la produttività. Inoltre, sul mercato interno circola meno denaro, il che rende strutturale la dipendenza dai mercati esteri, accrescendo la fragilità dell’economia in un periodo in cui, come i recenti sviluppi delle borse internazionali suggeriscono, si sta preparando una forte correzione al ribasso dei mercati. Insomma: l’euro è un gigantesco meccanismo di alterazione del libero mercato a nostro danno.

D. Di chi sono le responsabilità italiane per l’approvazione del fiscal compact?

R. Le responsabilità sono di chi lo ha votato. Il sito Openpolis chiarisce che solo la Lega votò compattamente contro. Questa è stata una parte importante della mia motivazione nello schierarmi da indipendente a sostegno di questa forza politica.

D. Che cosa ha prodotto nel sistema del nostro Paese?

R. Le politiche di austerità, nel nostro paese, come in altri (ad esempio la Grecia), hanno impoverito la popolazione (aumentando le imposte, riducendo i servizi erogati dallo Stato), e, di conseguenza, peggiorato la situazione della finanza pubblica. Per qualsiasi singolo, come per qualsiasi collettività, qualsiasi debito è sostenibile se si guadagna abbastanza per onorarlo, e qualsiasi debito diventa insostenibile se si resta senza lavoro e quindi senza reddito. L’austerità serviva a favorire la cosiddetta svalutazione interna, cioè a generare disoccupazione in modo da costringere i lavoratori ad accettare paghe inferiori. Questo ormai è detto apertamente da studiosi come De Grauwe (sul Sole 24 Ore del 9 maggio scorso) o Stiglitz nel suo libro sull’euro. Ma un paese che non lavora è un paese che non genera valore e reddito. I grandi giornali si rifiutano di fornire un semplice dato: Monti trovò a fine 2011 un rapporto debito/Pil del 116%, e lasciò nel 2013 un rapporto debito/Pil del 129%. I suoi salvataggi quindi non ci hanno salvato, come avevo previsto nel 2011 aprendo il mio blog con un post dal titolo tristemente profetico: i salvataggi che non ci salveranno.

D. Perché la ricetta salviniana potrebbe invertire il trend?

R. Perché rifiuta esplicitamente la logica delle regole di bilancio (come il fiscal compact o il 3% di Maastricht), che tutti i paesi hanno allegramente violato tranne noi (nonostante il nostro debito pubblico fosse certificato come sostenibile dalla Commissione Europea), e più in generale perché pone al centro il tema dell’interesse nazionale, che poi significa, in parole povere, recarsi nelle sedi europee avendo ben presente che l’Italia è un paese fondatore del progetto europeo, un paese che ha rispettato le regole più degli altri, un paese che ha contribuito a salvare le banche francesi e tedesche dal fallimento dell’economia greca versando oltre 50 miliardi di soldi pubblici ai vari fondi “salvastati”, e quindi non ha bisogno né delle lezioncine né del permesso di nessuno per decidere gli orientamenti della propria politica. L’art. 11 della Costituzione parla chiaro: l’adesione ai trattati internazionali deve avvenire “in condizioni di parità”. I governi a trazione PD ci hanno messo in condizioni di subalternità, essendo sempre più realisti del re. L’applicazione anticipata del bail in, con i disastri che ne sono seguiti per le banche locali, è un chiaro esempio di quello che Salvini non intende fare.

D. E’fattibile una tax zone più bassa dell’attuale? Con quali coperture?

R. Alla luce di quanto ci siamo detti, il discorso delle coperture è illogico, per due motivi. Primo, perché le coperture servono se si vuole proseguire sulla strada delle regole europee, cioè di quelle regole che il debito lo hanno fatto aumentare, sia in termini assoluti che, soprattutto, in rapporto al Pil. Secondo, perché in generale il tema del “non ci sono le risorse” andrebbe confrontato con il banale fatto che la Bce ha emesso oltre 2000 miliardi di euro per il cosiddetto quantitative easing, ovvero per l’acquisto dal sistema bancario di titoli. Una forma indiretta di monetizzazione del debito pubblico che è però rimasta tutta interna al circuito finanziario. Se una metà di questi fondi fosse stata distribuita alle economie in difficoltà per finanziare direttamente, o tramite la BEI, piani di investimenti pubblici, crescita e inflazione sarebbero già ripartite. Il problema è che l’euro è un sistema progettato per fallire, come dice Stiglitz, anche perché impedisce che gli stati in difficoltà esercitino la propria sovranità monetaria per finanziare direttamente le necessarie spese di investimento. Questo sistema aveva un senso guardando al passato, al mondo degli anni ’70, quando l’inflazione era a due cifre. L’inflazione, in Italia, è a una cifra dal 1985, e il nostro problema, oggi, è che non si riesce a innalzarla al 2% (obiettivo della Bce). Ha senso oggi precludersi strumenti di politica economica come l’emissione di moneta per rispondere a paure che avevano un senso 33 anni fa? Questa è la domanda che andrebbe fatta a chi ci dice che l’Europa è il futuro!

D. Con l’Ifrs9 (International Financial and Regulatory Standard) le banche dovranno accantonare riserve in modo più rigoroso a fronte dei prestiti estesi a imprese e famiglie: cosa cambia per le le PMI italiane e regionali con questa norma?

R. La ringrazio per aver sollevato questo tema, che i grandi quotidiani tendono a ignorare. La risposta è semplice: per famiglie e imprese ottenere credito sarà più difficile, anche perché (dato da non sottovalutare) l’adozione di questi standard, e ancor più, laddove passasse, la proposta tedesca di svalutare i titoli di Stato posti agli attivi dei bilanci bancari secondo coefficienti che rispecchino il rischio paese, imporrebbero al sistema bancario italiano pesanti ricapitalizzazioni, virtualmente impossibili senza l’apporto di capitali esteri. In parole povere, le nostre banche rischiano di essere acquistate dai paesi nostri concorrenti, i quali, naturalmente, non avrebbero nessun interesse a sostenere le imprese sane del nostro paese, che nonostante le difficoltà fanno una concorrenza spietata alle loro.

D. Un litro di latte prima costava mille lire, oggi un euro e mezzo: i cittadini hanno compreso il perché?

R. Sicuramente la transizione dalla lira all’euro avrebbe potuto essere gestita meglio (in Francia fino all’anno scorso gli scontrini riportavano ancora il prezzo in franchi), sicuramente l’Italia (come la Germania) è stata penalizzata dall’effetto psicologico che assimilava un euro a mille lire (rispettivamente, a un marco), quando il cambio corretto era del doppio. Tuttavia questo, che è un enorme problema, resta sempre un problema di ordine di grandezza inferiore rispetto a quello di aver dotato il nostro concorrente più forte, la Germania, di una valuta troppo debole per lui. E attenzione: il problema ha due dimensioni. Ci penalizza sul piano economico, e ci penalizza su quello geopolitico, perché l’ingiusto vantaggio che l’euro fornisce alla Germania sta irritando gli Stati Uniti, come avevo previsto nel mio libro Il tramonto dell’euro, e rischia di scatenare una guerra valutaria mondiale.

D. Che succede se la Lega prende più voti di Forza Italia?

R. L’obiettivo per il quale ci impegniamo è quello di avere Matteo Salvini come premier, alla guida di una forza conservatrice moderna, sensibile agli interessi del paese e attenta alle diversità dei suoi territori. Come lei intuisce, il raggiungimento di questo obiettivo dipende dal peso politico che la Lega dimostrerà di avere.

Francesco De Palo

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