L’Italia e l’euro in tre grafici

Fra un un po’ sarò in trasmissione a L’Aria che tira, dove mi è stato chiesto di portare dati. Siccome “squadra che vince non si cambia”, proporrò quelli che a suo tempo presentai da Santoro, in una trasmissione nella quale tutti si aspettavano che io sbranassi un inerme Fassina, e quindi io, invece, provai a costruirci un rapporto (poi rivelatosi inutile, ma lasciamo stare…).

La nostra storia recente sta in tre grafici.

Produttività

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Questo ormai lo sapete: in termini di produttività (qui misurata come Pil per ora lavorata in dollari a parità di poteri d’acquisto ai prezzi del 2010, fonte OCSE), la cosiddetta “Italietta” ha tenuto botta con la Germania fino alla metà degli anni ’90. Poi la nostra produttività si è fermata, e i motivi sono due: l’adozione dell’euro, un marco travestito, che ha soffocato la domanda (in particolare quella estera, cioè le esportazioni, che stimolano la produttività come gli economisti da Adam Smith in poi sanno), e le correlate “riforme” del mercato del lavoro, rese necessarie per compensare con la flessibilità al ribasso dei salari la rigidità del cambio (da Treu fino al jobs act). Naturalmente chi non sa in quale azienda lavorerà domani o per quanto lavorerà nell’azienda che lo ha assunto oggi lo stimolo ad acquisire competenze è ridotto, e d’altra parte per l’imprenditore una volta che l’asticella del salario viene abbassata, è anche normale fare del lavoro un uso meno produttivo. Sono cose di cui abbiamo parlato a lungo e che la letteratura scientifica ha ormai acquisito.

Reddito

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Naturalmente se si è meno produttivi si guadagna di meno (perché si crea meno valore). L’integrazione europea per l’Italia non è sempre stata un fallimento. Dal 1960 al 1980 il reddito disponibile pro capite degli italiani (fonte AMECO) è passato dall’87% della media europea a oltre il 103%. Poi inizia lo SME (Sistema Monetario Europeo, un sistema di cambi fissi ma aggiustabili) e questa progressione si stabilizza (come era anche fisiologico che fosse). Ma il disastro inizia nel 1997: ci agganciamo all’ECU/EUR (il Trattato di Maastricht richiedeva due anni di cambi stabili prima dell’entrata in vigore dell’euro), e inizia il declino, per due motivi: meno esportazioni (lato domanda), e meno salari (lato reddito).

Debito

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Ma se abbiamo guadagnato progressivamente di meno, come abbiamo fatto, fino a prima della crisi, a sostenere un tenore di vita relativamente costante nel tempo (pur con qualche ristrettezza)? Semplice! Indebitandoci. Voi lo sapete, ma gli italiani no: dal 1999 al 2007 (anno precedente alla crisi) il debito pubblico italiano era diminuito, arrivando alla soglia psicologica del 100%, mentre quello privato (il debito di famiglie e imprese verso le banche) esploso, dal 72% al 110% del Pil (fonte EUROSTAT). Voi lo sapete, perché lo ha detto anche la Bce, che è stato il debito privato, non quello pubblico, a metterci in crisi. Lo dimostrano due fatti:

  1. lo Stato italiano non ha fatto bancarotta, mentre molte banche private, purtroppo, l’hanno fatta.
  2. I salvataggi di Monti, che avevano per obiettivo la finanza pubblica, hanno fatto peggiorare la situazione: il debito è passato dal 100% al 133% del Pil (Monti da solo l’ha portato dal 116% al 129%), semplicemente perché l’austerità, rendendo tutti più poveri, ha reso a tutti più difficile gestire la massa di debiti accumulata.

Come diceva Domar negli anni ’40, mentre l’America stava accumulando un discreto debito pubblico per liberare l’Europa dalla Germania, il problema del debito pubblico è un problema di crescita del reddito nazionale: solo la crescita può rendere il debito sostenibile, mentre i tagli, come il grafico dimostra, lo rendono più insostenibile.

E ora, voltiamo pagina…