Intervista a Class CNBC

 

Due sole osservazioni:

(1) sarebbe il caso di smettere di identificare l’Europa con l’Unione Europea e questa con l’euro, altrimenti si dicono delle lievi imprecisioni, e non si fa bella figura.

(2) sarebbe il caso di parlare solo di ciò di cui si è esperti, e non di fare i tuttologi, soprattutto se non si è intrapreso (come io ho fatto) un percorso politico che in qualche modo costringe a rispondere agli elettori su tutti i temi.

A questo proposito, rilevo che Pizzuti si è occupato di pensioni più di Daveri, e che se mi fa male un dente un onesto dentista mi torna più comodo di un Nobel per la cardiologia (ovviamente augurando al collega Daveri l’ambito riconoscimento – non il mal di denti). L’articolo di Pizzuti cui faccio riferimento nell’intervista è qui. Mi rendo conto che per alcuni può essere noioso, ma vi esorto a leggerlo.

Vedrete, ad esempio, che la pretesa “insostenibilità del sistema pensionistico perché siamo troppo vecchi” è una siderale “lieve imprecisione”: la componente IVS (invalidità, vecchiaia, superstiti) del sistema è in attivo da quasi vent’anni, e se risulta in deficit strutturale è perché le pensioni vengono contabilizzate al lordo delle imposte (che per lo stato non sono una spesa perché le trattiene, e che in altri paesi non vengono quindi contabilizzate) e perché si mette nello stesso calderone previdenza e assistenza.

Tutte cose che gli economisti sanno. Anche quelli che non le dicono, che poi sono gli stessi secondo cui Monti ci avrebbe salvato. Io, per aver detto il contrario, son diventato senatore, il che significa che forse non avevo torto, e che forse facendo esattamente il contrario di quello che ha fatto il mio doppio collega (economista e senatore) potrò contribuire al vero salvataggio del paese.

 

Sul Telegraph

Leaders of Italy’s triumphant conservative alliance have called for a radical change in the EU’s negotiating stance over Brexit, describing threats to restrict trade and punish Britain as ideological idiocy.

“Great Britain is a friendly country with a long tradition of trading with Italy,” said Matteo Salvini, leader of the Lega party and the man poised to become prime minister if the centre-Right coalition forms the next government.

“You made a free choice with Brexit and I very much hope that it will be possible to maintain completely open trade with the EU without any penalties,” he told The Daily Telegraph.

The party’s economics chief, Claudio Borghi, said a Lega-led coalition government with Silvio Berlusconi’s Forza Italia and the smaller Brothers of Italy would refuse to rubber stamp the current EU strategy on Brexit.

“There will be no blind trust in what Germany wants. Punishment or anything of the kind would be sheer stupidity. We export more to the UK than we import back and we certainly don’t want to hurt our own client,” said Mr Borghi, an MP for Tuscany.

There is confusion in Rome over which constellation of parties will take power after Sunday’s elections, which delivered a shattering defeat for the post-War political order. Radical populist movements of Left and Right swept the board, leaving a hung parliament caught in a feverish clash of cultural visions.

The neo-anarchist Five Star movement is the biggest single party. It surged to 32.7pc of vote under the boyish millennial Luigi Di Maio, who vows to defend the rights of Italian citizens living in Britain vigorously but is otherwise open to a friendly accord over Brexit.

“We shouldn’t try to punish the British people for choosing Brexit,” he said, deeming it understandable that long-suffering people ignored for so long by the political class should erupt in protest. Five Star’s own stunning victory in Sicily and the South has been likened to the Brexit revolt in the North East of England.

The Five Star founder, Beppe Grillo, is himself an emotional eurosceptic. He long denounced the eurozone as a German bankers’ ramp and a threat to democracy, at one point teaming up with UKIP in the European Parliament. He applauded Brexit as a salutary slap in the face for an arrogant elite. “Mediterranean countries, and Italy first among them, should take the same line towards the EU,” he said.

The party has since toned down its eurosceptic language. It has shelved calls for a euro referendum, though this is still held in reserve as a negotiating tool. Clearly, Five Star is not going to spend political capital defending a Tory Brexit, but nor is it remotely aligned with the power structure of the EU project.

It is unclear in any case whether Five Star can break bread with the defeated rump of the ruling Democrat party (PD) after so much bad blood in the past and form a government. The PD’s outgoing leader Matteo Renzo said it would be a “calamitous and tragic error” for his party to join forces with such a movement. “They are extremists and anti-Europeans, and they have been insulting us for years,” he said.

telegraph

The defiant tone reflects a widespread feeling in Italy that Berlin has “gamed” the structure of monetary union in its own interests. Germany bailed out its own banks during the Great Recession but then changed the rules, forcing a draconian “bail-in” regime on Italy. Italian banks had been relatively well-behaved but the were casualties of the long economic slump. The bail-in shock shattered fragile confidence and delayed recovery yet again.

Germany retained dominant control of the policy machinery during the eurozone debt crisis, dictating a regime of extreme fiscal austerity for Italy that went beyond the therapeutic dose and pushed the country into a contractionary spiral. The fiscal straightjacket was criticised by Nobel economists around the world as economic illiteracy.

“We had a government imposed upon us in 2011 (by the EU) that extracted as much money as it could from Italian citizens to contribute to EU bail-out funds. They were using our money to rescue French and German banks. This austerity caused great social injustice and did a lot of damage,” he said.

Having endured this ordeal, Italians are now the most eurosceptic nation in Europe – more than the British by some measures – and many recognize an all-too familiar modus operandi in the Brexit saga as Berlin seeks to retain iron control over the EU policy apparatus.

Italians have their own parallel struggle with the EU in any case. “What worries me as an Italian is that we are stuck in a currency union that is run by irrational people who don’t understand markets and are acting out of pure ideology. They are very dangerous,” said Senator Bagnai.

 

L’Italia e l’euro in tre grafici

Fra un un po’ sarò in trasmissione a L’Aria che tira, dove mi è stato chiesto di portare dati. Siccome “squadra che vince non si cambia”, proporrò quelli che a suo tempo presentai da Santoro, in una trasmissione nella quale tutti si aspettavano che io sbranassi un inerme Fassina, e quindi io, invece, provai a costruirci un rapporto (poi rivelatosi inutile, ma lasciamo stare…).

La nostra storia recente sta in tre grafici.

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Materiale di discussione

Questa sera partecipo a un interessante dibattito con Tommaso Nannicini (PD) e Maria Cecilia Guerra (LeU), introdotto da Filippo Taddei (PD). Dopo oltre sei anni di esperienza, posso immaginare che saranno protagonisti del dibattito alcuni evergreen. Voglio quindi, pro veritate, offrirvi una modica quantità di una moneta che nei dibattiti italiani non ha corso legale. La lira? No, i dati.

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“Euro e fiscal compact hanno rovinato gli italiani”

Impaginato Quotidiano, 7 febbraio 2018

Le sue tesi sull’euro e sul fiscal compact hanno sollevato dibattiti, non solo tra accademici, ma sui maggiori media italiani ed internazionali e, quindi, anche tra la gente comune che in quegli algoritmi si perdeva. Eravamo agli albori della crisi greca quando, in molti sostenevano, che la Grecia fosse affondata solo per proprie responsabilità.

Ma il prof. Alberto Bagnai, docente alla D’Annunzio di Pescara e candidato della Lega in Abruzzo, ha sempre tracciato una linea rossa su quel versante: attenzione, è stato il suo mantra pià ricorrente in talk show e sul suo blog sul Fatto Quotidiano, è l’Euro che sommato al fiscal compact ha rovinato gli italiani.

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Euro-exit e catastrofisti, qualche dato sul debito

Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2016

Nel suo libro Ripensare l’unione dell’Europa, Giandomenico Majone sorride all’idea che si sia potuto credere di esorcizzare il demone del nazionalismo creando una supernazione europea. Ora che il progetto mostra la corda, l’illogica europea fa un ulteriore passo avanti: “Non possiamo rimediare all’errore compiuto”, ci viene detto, “anzi, dobbiamo perseverare, restando nell’euro, perché se uscissimo nessuno sa cosa succederebbe, ma sarebbe un disastro”. Ora, i casi sono due: o non sai cosa succederà, e allora studi; o sai che sarà un disastro, ma allora devi spiegarci bene il perché.

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Inaudito! C’è un dibattito sull’euro anche a sinistra

Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2016

La settimana scorsa è accaduto l’inaspettato: nello schieramento progressista si è finalmente aperto un dibattito sull’euro. Lo ha promosso involontariamente Giorgio Lunghini, scrivendo per Il Manifesto un pezzo nel più puro stile catastrofista, quello a cui ci hanno abituato, negli ultimi anni, gli economisti Giannino e Barisoni, prima di avere un problema più urgente di cui occuparsi: il dissesto del gruppo editoriale per il quale lavorano. Sospetta è questa corrispondenza di amorosi sensi fra intellettuali di sinistra e opinionisti organici al capitale, che pure si era manifestata in passato, passando per lo più sotto silenzio. Ma a settembre 2016, è ormai chiaro quanto preconizzavo su queste colonne il 25 giugno scorso parlando di Brexit: certi scenari apocalittici sono destinati a rivelarsi infondati, screditando la scienza economica.

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Brexit, a spaventare la Ue è la democrazia

Il Fatto Quotidiano, 16 giugno 2016

Mi è stato chiesto di occuparmi di Brexit in 5000 caratteri. Compito arduo, non perché ci sia molto da dire: fatto salvo il legittimo desiderio di certi colleghi di dare i numeri, le cose da dire credo siano poche e semplici. Sono però dolorose per chi si ostini a credere nella democrazia. In effetti quello economico, nel caso della Brexit, è veramente l’ultimo dei problemi. Questo non perché l’eventuale Brexit (secondo me improbabile) non abbia motivazioni e non avrebbe conseguenze anche di ordine economico, quanto perché il nodo fondamentale è politico, e in questo ambito i danni sono già stati fatti. Parto dall’osservazione più semplice: le stesse istituzioni, in qualche caso addirittura le stesse persone, che ci stanno prospettando sciagure inerarrabili in caso di uscita del Regno Unito dalla Ue, sono quelle che ci hanno promesso prosperità e pace grazie alla nostra adesione al progetto europeo. Un esempio per tutti: Donald Tusk, secondo cui la Brexit sarebbe “la fine della civiltà politica europea”.

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I poteri sono indipendenti, la Bce di più. E infatti governa

Il Fatto Quotidiano, 24 maggio 2015

La discussa sentenza della Consulta sulle pensioni ha avuto un merito indubbio: quello di far capire quale sia la posta in gioco nell’evoluzione politica innescata dalla crisi. L’oggetto del contendere non sono i conti dello Stato, ma il modello stesso di Stato, e in particolare le relazioni fra i suoi poteri. Sono rivelatrici in questo senso le parole del ministro Padoan, secondo il quale la Corte costituzionale, in quanto massima istanza del potere giudiziario, avrebbe dovuto “cooperare” con gli altri poteri dello Stato, e in particolare con l’esecutivo (cioè con lui).

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Sono i danni della moneta forte in un Paese debole

Il Tempo, 26 luglio 2014

Quando un paese debole adotta una valuta forte, diventa un mercato di sbocco per i propri vicini più forti. Il potere d’acquisto che la valuta forte attribuisce ai cittadini del paese debole non può, per definizione, rivolgersi interamente ai prodotti nazionali (se il paese avesse una base industriale sufficiente, non sarebbe debole, ma forte). Fatalmente, quindi, questo potere d’acquisto si rivolge ai prodotti dei vicini più industrializzati. Importandoli, il paese debole manda in deficit la sua bilancia dei pagamenti.

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