“Euro e fiscal compact hanno rovinato gli italiani”

Impaginato Quotidiano, 7 febbraio 2018

Le sue tesi sull’euro e sul fiscal compact hanno sollevato dibattiti, non solo tra accademici, ma sui maggiori media italiani ed internazionali e, quindi, anche tra la gente comune che in quegli algoritmi si perdeva. Eravamo agli albori della crisi greca quando, in molti sostenevano, che la Grecia fosse affondata solo per proprie responsabilità.

Ma il prof. Alberto Bagnai, docente alla D’Annunzio di Pescara e candidato della Lega in Abruzzo, ha sempre tracciato una linea rossa su quel versante: attenzione, è stato il suo mantra pià ricorrente in talk show e sul suo blog sul Fatto Quotidiano, è l’Euro che sommato al fiscal compact ha rovinato gli italiani.

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Euro-exit e catastrofisti, qualche dato sul debito

Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2016

Nel suo libro Ripensare l’unione dell’Europa, Giandomenico Majone sorride all’idea che si sia potuto credere di esorcizzare il demone del nazionalismo creando una supernazione europea. Ora che il progetto mostra la corda, l’illogica europea fa un ulteriore passo avanti: “Non possiamo rimediare all’errore compiuto”, ci viene detto, “anzi, dobbiamo perseverare, restando nell’euro, perché se uscissimo nessuno sa cosa succederebbe, ma sarebbe un disastro”. Ora, i casi sono due: o non sai cosa succederà, e allora studi; o sai che sarà un disastro, ma allora devi spiegarci bene il perché.

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Inaudito! C’è un dibattito sull’euro anche a sinistra

Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2016

La settimana scorsa è accaduto l’inaspettato: nello schieramento progressista si è finalmente aperto un dibattito sull’euro. Lo ha promosso involontariamente Giorgio Lunghini, scrivendo per Il Manifesto un pezzo nel più puro stile catastrofista, quello a cui ci hanno abituato, negli ultimi anni, gli economisti Giannino e Barisoni, prima di avere un problema più urgente di cui occuparsi: il dissesto del gruppo editoriale per il quale lavorano. Sospetta è questa corrispondenza di amorosi sensi fra intellettuali di sinistra e opinionisti organici al capitale, che pure si era manifestata in passato, passando per lo più sotto silenzio. Ma a settembre 2016, è ormai chiaro quanto preconizzavo su queste colonne il 25 giugno scorso parlando di Brexit: certi scenari apocalittici sono destinati a rivelarsi infondati, screditando la scienza economica.

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Sono i danni della moneta forte in un Paese debole

Il Tempo, 26 luglio 2014

Quando un paese debole adotta una valuta forte, diventa un mercato di sbocco per i propri vicini più forti. Il potere d’acquisto che la valuta forte attribuisce ai cittadini del paese debole non può, per definizione, rivolgersi interamente ai prodotti nazionali (se il paese avesse una base industriale sufficiente, non sarebbe debole, ma forte). Fatalmente, quindi, questo potere d’acquisto si rivolge ai prodotti dei vicini più industrializzati. Importandoli, il paese debole manda in deficit la sua bilancia dei pagamenti.

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La trappola nascosta nel cambio fisso

Il Fatto Quotidiano,  21 maggio 2014

All’ultimo cenacolo della FULM, animato da Paolo Savona e Giorgio La Malfa, Gianni Bulgari ha fatto un’osservazione che aveva già sviluppato sul Corriere della Sera del 25 marzo scorso, e sulla quale vale la pena di riflettere. Secondo Bulgari, posto che la moneta è una delle espressioni più significative della sovranità di uno stato, una moneta come l’euro, priva di un’entità statuale di riferimento, nei fatti coincide con un accordo di cambio fisso. Dato che gli Stati Uniti d’Europa, ipotetico “stato” di riferimento dell’euro, sono un progetto chiaramente antistorico e quindi destinato al fallimento, il destino dell’euro andrebbe valutato, in termini economici e storici, in base alla stessa logica che ha giudicato (e condannato) i precedenti accordi di cambio fisso.

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All’Italia però conviene ancora uscire dall’euro

Libero, 22 settembre 2013

Che nell’euro così com’è molte cose non vadano nessuno ormai lo contesta. Il dibattito si sposta su come riformare la moneta unica o come abbandonarla. Quest’ultima opzione suscita grandi timori, non tutti fondati. Prima di parlarne, osservo che il punto dirimente è quello politico, non quello tecnico. Faccio un esempio: per i tedeschi entrare nell’euro ha significato abbandonare una valuta forte, il marco. Perché questo non ha causato panico? Semplicemente perché si era raggiunto un consenso intorno all’idea che l’euro avrebbe comunque portato benefici. Allo stesso modo oggi per gli italiani tornare alla lira significherebbe abbandonare una valuta forte, l’euro.

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Solo tornando indipendenti si può ripartire

Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2013

Pare che Beppe Grillo abbia sostenuto che lo Stato italiano è sull’orlo della bancarotta. Questa verrebbe raggiunta fra sei mesi o un anno, quando la spesa per interessi, arrivando a 100 miliardi di euro, ci costringerebbe a non pagare più le pensioni. A quel punto, in assenza di una rinegoziazione del debito, l’Italia “vorrebbe uscire dall’euro”. La musica, insomma, sarebbe la solita: “i costi della casta corrotta hanno fatto lievitare il debito pubblico cattivo, costringendoci a lasciare l’euro” (che quindi, par di capire, sarebbe cosa buona). Vediamo insieme il senso e il non senso della Grillonomics.

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L’uscita dall’euro prossima ventura

Sbilanciamoci, 23 agosto 2011

Il problema non è il debito pubblico, ma il debito estero, e i paesi che mantengono la loro moneta possono cavarsela con la svalutazione. L’Unione monetaria attuale serve solo alla Germania, impone bassi salari e disciplina economica. Finirà con l’uscita dell’Italia dall’euro

Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitikfinisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

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Crisi finanziaria, l’euro non basta a difenderci

Il Centro, 26 febbraio 2010

La crisi finanziaria che sta colpendo i paesi mediterranei dell’area euro, Italia esclusa, impone qualche riflessione. Ne proponiamo due: l’euro da solo non basta a proteggere dalle crisi; il debito pubblico non può essere la principale causa di quanto sta accadendo: quello italiano è il più grande dell’eurozona, ma l’Italia non è colpita dalla crisi. Secondo il trattato di Maastricht il rapporto debito pubblico/Pil di un paese dell’eurozona deve essere inferiore al 60% del Pil. Nel primo decennio dall’introduzione dell’euro questo rapporto è stato in media del 106% in Italia, del 96% in Grecia, del 59% in Portogallo e del 45% in Spagna. In Grecia e Spagna dal 2001 esso è costantemente diminuito. I governi di questi paesi sono stati relativamente “virtuosi”.

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